L’8 Novembre ricorre
l’anniversario di un avvenimento importante per l’Italia, che ha segnato una
vero e proprio cambiamento rispetto al passato. Certamente non mi riferisco
all’anniversario di una ricorrenza ideologica e di scarsa consistenza nel
sentire popolare, quale la Caduta del muro di Berlino (imposta con una legge
nazionale approvata in fretta e furia) che l’Amministrazione comunale festeggia
con soldi della collettività, ma mi riferisco a un avvenimento avvenuto due
anni prima dell’8 Novembre del 1989, l’8 Novembre del 1987, cioè il referendum
che sanciva il definitivo abbandono del nucleare in Italia.
E’ notizia di questi giorni, che
il Governo Berlusconi, fregandosene ancora una volta della volontà popolare
espressa tramite il referendum, che portò all’abbandono del nucleare in Italia,
abbia cominciato a porre i primi tasselli per permettere il ritorno del
nucleare. Infatti, si è proceduto alla nomina del Presidente e dei quattro
membri del collegio dell'Agenzia per la sicurezza nucleare, che tra le altre
cose, avrà il compito di individuare i siti che ospiteranno le nuove centrali.
Una riflessione su queste nomine
sarebbe opportuna e andrebbe fatta all’interno del partito di riferimento del
Presidente di quest’Agenzia, cioè il Sen. del Pd, Umberto Veronesi.
Una presa di posizione del
suddetto partito sarebbe necessaria per capire definitivamente se sia
favorevole o meno al ritorno del nucleare in Italia.
SEL ha sempre sostenuto la propria contrarietà a
questo tipo di produzione di energia per diversi motivi. Eccone alcuni:
1.
l’uranio non è una risorsa né
rinnovabile né sostenibile, limitata nelle quantità e nel
tempo, che per di più ha visto i suoi costi aumentare in modo vertiginoso;
2.
non è affatto senza emissione di
CO2 perché ne produce per l’estrazione del combustibile, durante la
costruzione della centrale e nella fase del suo smantellamento;
3.
nessuno dei problemi segnalati
dalla tragedia di Cernobyl è stato risolto e quindi il nucleare civile continua
ad avere problemi di sicurezza per le popolazioni non risolti anche durante il
funzionamento ed un enorme impatto ambientale legato alla produzione di scorie
radioattive che inevitabilmente si accumulano nell’ecosistema e graveranno
sulle future generazioni per migliaia di anni;
4.
espone il mondo a rischi di
proliferazione delle armi nucleari e al terrorismo, del resto questo è
l’argomento che viene portato contro l’Iran poiché la tecnologia in uso è stata
pensata per produrre plutonio e la generazione di energia elettrica ne è un sottoprodotto;
5.
non è in grado di risolvere né il
problema energetico né quello del cambiamento climatico, infatti le risorse di
uranio, già oggi scarse, non sarebbero sufficienti di fronte ad un aumento
ulteriore della domanda ed è quindi inutile sperare di aumentare la capacità
installata in maniera tale da coprire una quota significativa della nuova
domanda di energia, né di sostituire la quota fossile;
6.
ha dei costi economici e
finanziari diretti ed indiretti troppo elevati che in realtà gravano sulla
società e sulle finanze pubbliche e inoltre è una tecnologia che usa e spreca
enormi quantità d’acqua;
7.
comporta un modello di generazione
di energia centralizzato, basato su centrali di elevata potenza, che non
garantiscono sicurezza e tanto meno assicurano il diritto all’energia diffusa
nel territorio. Infatti, il nucleare è un modello che richiede sistemi di
gestione autoritari, centralizzati e antidemocratici.
Ormai è matura una scelta energetica a
favore del risparmio energetico e delle energie rinnovabili che un
programma di incentivi pubblici e l’utilizzo della leva fiscale possono e
devono promuovere.
Uscire
dal petrolio e dalle energie fossili e non rinnovabili senza il nucleare si
può, grazie ad un’alternativa energetica,
basata sulle fonti rinnovabili e il risparmio, anziché su un ingiustificato
aumento dei consumi e sull’uso delle fonti fossili e di quella nucleare, come
propone il Governo. Non aspetteremo che siano individuati i siti nucleari per
opporci a questa scelta e non lasceremo sole le località che rischiano di
subire una decisione antidemocratica, calata dall’alto e per di più
militarizzata nell’attuazione.
Il paese può e deve essere più efficiente
e non sprecare energia.
La politica
energetica che noi indichiamo riduce la nostra dipendenza energetica,
sviluppa la ricerca e l’innovazione nelle attività produttive, fornisce i
servizi energetici usando fonti rinnovabili che non alterano il clima e che
sono diffuse sul territorio e quindi facilmente controllabili dalle popolazioni,
oltre a promuovere un diverso sviluppo, creando nuova occupazione di qualità.
Questa
è l’alternativa che proponiamo.
Sono queste le ragioni
per cui decidiamo di sostenere la legge d’iniziativa
popolare per lo sviluppo dell’efficienza energetica e
delle fonti rinnovabili.
Nelle prossime settimane
scenderemo in piazza per illustrare la legge ai cittadini e per raccogliere le
firme necessarie per presentare in Parlamento la suddetta legge d’iniziativa
popolare.
Michele Lorusso
SEL
Andria
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