Il 19 Luglio del
1992, dopo circa un mese dall’uccisione a Capaci del giudice Giovanni
Falcone, Paolo Borsellino si recò
insieme alla sua scorta in via D'Amelio, dove viveva sua madre e una Fiat 126
parcheggiata nei pressi dell'abitazione della madre con circa 100 kg di tritolo a bordo,
esplose al passaggio del giudice, uccidendo oltre a Paolo Borsellino anche i
cinque agenti di scorta.
Due
nomi a testimonianza di una tragedia che ha colpito tutti, un intero popolo.
Le
vicende di Falcone e Borsellino e della lotta alla Mafia sono state raccontate
in tutta Italia, perché sono storie di persone che per la loro altezza e per il
fascino hanno saputo catturare, e catturano tutt’ora, la maggior parte degli
italiani. Non si può ridurre ciò di cui parlo solo a una questione di giustizia
o lotta locale alla Mafia: le vicende degli anni novanta riguardavano uomini e
donne di tutto il paese, riguardavano la Mafia, lo Stato, la Chiesa e
tantissime altre organizzazioni legali e non, insomma riguardavano il Paese, e
quindi tutti noi.
Tutto questo ci dà
modo oggi di riflettere su che cosa siamo e cosa saremo come paese: la
questione della legalità e della giustizia sociale sono temi molto attuali. Non
è difficile rendersi conto che a oggi le istituzioni sono pervase
dall’illegalità, alcuni partiti politici in parte vivono di sistemi e di
“regole” basate sulla corruzione. L’opinione pubblica se ne rende conto e,
infatti, una dolce lamentela da più di vent’anni grida contro la classe
politica vendetta, delegittimandola ogni giorno, erodendola come il mare fa con
gli scogli. Dico questo lontanissimo dal qualunquismo.
Bisogna prendere
atto della situazione: non si può continuare a sostenere che l’opinione
pubblica è qualunquista come se fosse un problema dei cittadini, perché esiste
un’innegabile distanza siderale tra questi e i suoi rappresentati e il
qualunquismo è anche una forma di protesta di questi volta a denunciare tale
distanza. Sono il primo a dire che il qualunquismo e l’indifferenza facciano
male alla democrazia e sono il primo a combatterli, ma le istituzioni devono
seriamente prendere atto delle proprie responsabilità e cambiare approccio.
Credo che la crisi democratica che viviamo stia proprio qui, nella distanza
descritta, e il principale cardine di questa crisi democratica sia proprio la
questione della legalità. Perciò ad oggi sento una forte spinta dei cittadini
ad aggrapparsi a chi rappresenta la legalità, cioè figure come Falcone e
Borsellino, i magistrati che oggi difendono lo Stato coraggiosamente, quei
giornalisti che non si arrendono alle intimidazioni o all’autocensura, quei
politici, che hanno fatto della legalità la bussola del proprio “gestire la
cosa pubblica”. Ma sento anche una certa repulsione dovuta alla mancanza di
fiducia nelle istituzioni che sono titolate a rappresentare la legalità, ma che
siccome non sono abbastanza trasparenti (e forse neanche troppo legali) non
riescono ad essere punti di riferimento in un’Italia allo sbando
Come fare per
uscire dal caos che ci disorienta?
La soluzione sta
nel fatto che tutti dovremmo capire che essere giusti è un valore in sé. Perché
essere giusti è bello ed è di valore e perché ti rende libero. Così ogni volta
che mi rendo conto di quanto sia difficile esserlo e di quanto sia diffusa
l’ingiustizia nel nostro paese, non mi arrendo alla corruzione e
all’indifferenza, perché so che la strada sulla quale sono è quella giusta e che
è un onore percorrerla.
Pertanto è giusto
ricordare personaggi che hanno lottato contro la mafia, pagando anche con la
propria vita, perché un’Italia che non ricorda, non ha futuro.
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