martedì 20 luglio 2010

Riflessioni su Falcone e Borsellino


Il 19 Luglio del 1992, dopo circa un mese dall’uccisione a Capaci del giudice Giovanni Falcone,  Paolo Borsellino si recò insieme alla sua scorta in via D'Amelio, dove viveva sua madre e una Fiat 126 parcheggiata nei pressi dell'abitazione della madre con circa 100 kg di tritolo a bordo, esplose al passaggio del giudice, uccidendo oltre a Paolo Borsellino anche i cinque agenti di scorta.

Due nomi a testimonianza di una tragedia che ha colpito tutti, un intero popolo.

Le vicende di Falcone e Borsellino e della lotta alla Mafia sono state raccontate in tutta Italia, perché sono storie di persone che per la loro altezza e per il fascino hanno saputo catturare, e catturano tutt’ora, la maggior parte degli italiani. Non si può ridurre ciò di cui parlo solo a una questione di giustizia o lotta locale alla Mafia: le vicende degli anni novanta riguardavano uomini e donne di tutto il paese, riguardavano la Mafia, lo Stato, la Chiesa e tantissime altre organizzazioni legali e non, insomma riguardavano il Paese, e quindi tutti noi.

Tutto questo ci dà modo oggi di riflettere su che cosa siamo e cosa saremo come paese: la questione della legalità e della giustizia sociale sono temi molto attuali. Non è difficile rendersi conto che a oggi le istituzioni sono pervase dall’illegalità, alcuni partiti politici in parte vivono di sistemi e di “regole” basate sulla corruzione. L’opinione pubblica se ne rende conto e, infatti, una dolce lamentela da più di vent’anni grida contro la classe politica vendetta, delegittimandola ogni giorno, erodendola come il mare fa con gli scogli. Dico questo lontanissimo dal qualunquismo.

Bisogna prendere atto della situazione: non si può continuare a sostenere che l’opinione pubblica è qualunquista come se fosse un problema dei cittadini, perché esiste un’innegabile distanza siderale tra questi e i suoi rappresentati e il qualunquismo è anche una forma di protesta di questi volta a denunciare tale distanza. Sono il primo a dire che il qualunquismo e l’indifferenza facciano male alla democrazia e sono il primo a combatterli, ma le istituzioni devono seriamente prendere atto delle proprie responsabilità e cambiare approccio. Credo che la crisi democratica che viviamo stia proprio qui, nella distanza descritta, e il principale cardine di questa crisi democratica sia proprio la questione della legalità. Perciò ad oggi sento una forte spinta dei cittadini ad aggrapparsi a chi rappresenta la legalità, cioè figure come Falcone e Borsellino, i magistrati che oggi difendono lo Stato coraggiosamente, quei giornalisti che non si arrendono alle intimidazioni o all’autocensura, quei politici, che hanno fatto della legalità la bussola del proprio “gestire la cosa pubblica”. Ma sento anche una certa repulsione dovuta alla mancanza di fiducia nelle istituzioni che sono titolate a rappresentare la legalità, ma che siccome non sono abbastanza trasparenti (e forse neanche troppo legali) non riescono ad essere punti di riferimento in un’Italia allo sbando

Come fare per uscire dal caos che ci disorienta?

La soluzione sta nel fatto che tutti dovremmo capire che essere giusti è un valore in sé. Perché essere giusti è bello ed è di valore e perché ti rende libero. Così ogni volta che mi rendo conto di quanto sia difficile esserlo e di quanto sia diffusa l’ingiustizia nel nostro paese, non mi arrendo alla corruzione e all’indifferenza, perché so che la strada sulla quale sono è quella giusta e che è un onore percorrerla.

Pertanto è giusto ricordare personaggi che hanno lottato contro la mafia, pagando anche con la propria vita, perché un’Italia che non ricorda, non ha futuro.

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